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«Dal successo ottenuto sull’acropoli [di Festòs] germinava l’idea di scoperte non meno importanti nella necropoli; e dall’alto di quel colle il cupido sguardo degli esploratori andava continuamente interrogando le lunghe file di colline, invero atte per sepolcreti, che da tramontana e da mezzodì fronteggiano quella che fu un dì la rocca di potenti signori». (Savignoni 1904, Monumenti Antichi XIV, coll. 501-502)

 

Dunque, fu proprio con la «speranza di imbattersi pur anco nelle tombe di coloro, che in quel medesimo palazzo ebbero dimora ed impero» (Savignoni 1904), che nell’estate del 1901, solo un anno dopo l’avvio degli scavi del palazzo di Festòs, Federico Halbherr e Luigi Pernier diedero inizio a nuove perlustrazioni nel territorio. Eppure, fu nel settembre dello stesso anno, quando i membri della missione italiana avevano ormai lasciato l’isola, che un giovane cacciatore cretese notò alcuni oggetti e ossa che emergevano dal terreno proprio sulle colline tra Festòs e il moderno villaggio di Kalyvia (Fig. 1). 

Fig.1 Le colline a Nord e Nord-Est del Palazzo di Festòs_La necropoli di Kalyvia

In seguito alla segnalazione del rinvenimento e alla consegna del materiale al museo di Heraklion, le indagini dell’Ispettore greco Stefano Xanthoudidis condussero alla scoperta di un’importante necropoli di età micenea, scatenando tuttavia un delicato incidente diplomatico. L’area del sepolcreto, infatti, era parte di un più ampio territorio in concessione di scavo alla missione archeologica italiana e, per tale ragione, dopo forti pressioni italiane sulle autorità greche, fu Luigi Savignoni a ultimare gli scavi e a compiere lo studio e la pubblicazione delle sepolture. 

La necropoli di Kalyvia (Fig. 2) era costituita da quattordici tombe, delle quali dodici erano a camera scavata nella roccia e due a fossa. Nelle tombe a camera i defunti – forse distesi su tavolati in legno – venivano deposti su banchine in pietra o in fosse scavate nel terreno (Fig. 3). I corredi al loro interno restituirono reperti di tale pregio che valsero la definizione di «tombe dei nobili» o «signorili». Gli archeologi, infatti, rinvennero oggetti in oro, bronzo, osso e avorio (Fig. 4), gemme incise di pregevole fattura (Fig. 5) e alcuni esemplari di vasi in pietra e in vetro di produzione egizia. Tra le armi (Fig. 6) fu addirittura riconosciuta quella che sembra parte di una corazza a grandi piastre, mentre tra i gioielli spiccano due anelli d’oro recanti l’incisione di scene figurate, forse rituali (Fig. 7). 

Fig.2 Necropoli di Kalyvia

 

Fig.3 Pianta e sezione della tomba 9, l_unica scavata dalla Missione Italiana

 

Fig.4 Manico in avorio di uno specchio

 

Fig.5 Le raffigurazioni di alcune gemme incise (non in scala)

 

Fig.6 Impugnatura rivestita in oro di una spada in bronzo

 

Fig.7 Le rappresentazioni figurate dei due anelli (non in scala)

Il periodo di frequentazione della necropoli (prima metà del XIV sec. a.C. ca.) è un momento storicamente cruciale, che vede le prime sicure attestazioni del processo di infiltrazione progressiva di elementi micenei nell’isola di Creta. Dalle tavolette in Lineare B di Cnosso, inoltre, emerge che, già in questa fase, non soltanto pa-i-to, ossia Festòs, era uno dei più importanti centri dell’isola, ma soprattutto che era sede di contingenti di carri da battaglia e da parata. 

La ricchezza di questi corredi fornisce la prova archeologica che vi era un’élite risiedente nel territorio di Festòs, ma il dato diventa ancor più significativo alla luce delle somiglianze rilevate tra i corredi delle tombe di Kalyvia e i corredi delle coeve tombe cnossie, dette «dei guerrieri». 

Sfortunatamente, a questi dati non corrispondono, almeno per ora, testimonianze archeologiche altrettanto significative della presenza di un palazzo miceneo a Festòs o, se non altro, di un insediamento di una certa importanza, che pur doveva esistere e sul quale le future ricerche potranno forse fare maggiore chiarezza. 

 

Claudia Palmieri

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