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Chi non si è mai trovato almeno una volta, anche solo per un piacevole caso, ad ammirare gli affreschi raffiguranti donne micenee (Figg. 1 e 3), esaltate nella loro bellezza, minuziosamente descritte – in termini iconografici – tra cromature vivide e profili ben delineati? Ma dell’iconografia, per così dire, non ci si può fidare.

Inseguendo il proposito di parlare della condizione femminile nel mondo miceneo, e quindi nell’Egeo del II millennio a.C., ci imbattiamo, inevitabilmente, nell’esiguità delle informazioni su questioni di genere in culture poco note per articolazione sociale e nel problema stesso della documentazione, che, per il suo carattere esclusivamente economico-amministrativo, si rivela limitata e non necessariamente significativa. A complicare le cose, la mancanza di attestazione per il mondo femminile, ben notata da Barbara Olsen, di una classe sociale media: risultano documentate solo donne agli estremi opposti della scala sociale.

Circa tremila donne sono attestate in più di ottocento tavolette in Lineare B rinvenute tra Cnosso – cui faceva capo anticamente l’area della stessa Festòs – e Pilo. Donne appartenenti, perlopiù, a gruppi di lavoro, impiegati – per la maggior parte – nell’industria tessile palatina. Troviamo, però, specie a Pilo, anche donne legate alla sfera sacerdotale: dalle te-o-jo do-e-raossia le ‘serve del dio’, intestatarie di piccoli terreni – ad e-ri-ta i-je-re-ja, la grande ‘sacerdotessa Erita’, attestata come usufruttuaria di contratti di locazione privilegiati, nella tavoletta (Ep 704) che rappresenta il più antico contenzioso giudiziario d’Europa, oltre che l’unico dei testi micenei!

I regni di Pilo e Cnosso si comportano similmente nell’integrare, entrambi, la componente femminile all’interno dell’economia palaziale. Tuttavia, sulla scia di Olsen, va osservato che l’organizzazione della manovalanza femminile nell’Egeo dell’Età del Bronzo era un fenomeno localmente differenziato, e già tra i due grandi regni: innanzitutto, tutte le donne attestate nei gruppi di lavoro di Cnosso risultano impiegate nel solo settore della produzione tessile, mentre a Pilo è attestato anche personale femminile addetto a lavori continuativi, quali la cura del palazzo e del personale. I nomi dei gruppi di lavoro femminile di Cnosso, inoltre, sono tutti degli etnonimi locali (“le donne di Festòs”, “le donne di Cnosso” “le donne di da-wo”, ecc. ecc.): non compaiono, a differenza di Pilo, nomi etnici stranieri (come “le donne di Mileto”, “di Chio”, “di Cnido”, ecc.). Per finire, un dato estremamente significativo: per Cnosso, disponiamo anche di registrazioni di singole donne, chiamate per nome.

Alla luce di ciò, Olsen ritiene da escludere che le tessitrici costituissero una forza lavoro servile permanente e ipotizza che vadano, piuttosto, inquadrate come lavoratrici sottoposte a corvée: un ingaggio, da parte del palazzo, limitato nel tempo, per specifiche esigenze di produzione. Questa possibilità implicherebbe che le lavoratrici di Cnosso godessero di una posizione sociale un po’ più elevata rispetto alle donne dei gruppi di lavoro di Pilo. Riguardo al comparto religioso femminile, poi, tutto ciò che abbiamo per Cnosso, a differenza di Pilo, sono due nomi: l’a-ne-mo i-je-re-ja, ossia la ‘sacerdotessa dei venti’, e le ki-ri-te-wi-ja, le ‘donne dell’orzo’.

E cosa sappiamo in merito ad eventuali proprietà terriere? Per quanto nessuna donna pilia sia attestata come proprietaria di terreni, tuttavia lo status sacerdotale pare aver concesso ad alcune donne l’accesso alla terra, almeno in termini di usufrutto, oltre ad una maggiore visibilità ed autonomia. Non si può dire lo stesso per Cnosso: va respinta, infatti, l’ipotesi di Olsen dell’esistenza di una classe di donne identificabili come proprietarie terriere e addirittura soggetti di diritto privato. Alla luce di un’indagine filologica, infatti, i due presunti antroponimi femminili ka-wi-ja e pe-re-i-ja andrebbero interpretati come maschili, o, nel primo caso, addirittura come lemma acefalo per un toponimo (a-ka-wi-ja).

Fig. 2 – KN Ap 639 (da Liber sitoweb)

Veniamo, ora, ad un gruppo di tavolette, rinvenute a Cnosso, che riguarda Festòs più da vicino: la serie Ap, che conta in tutto tredici tavolette, di cui ben nove attribuite al solo scriba 103, un noto ufficiale di palazzo responsabile della rendicontazione dell’intera filiera dell’industria tessile. Da due di queste tavolette, tra cui la ben nota Ap 639 (Fig. 2), emerge un cospicuo gruppo di donne chiamate per nome, sulle quali vale la pena soffermarsi. Sono almeno cinquantuno, e non solo identificabili per la loro funzione all’interno della filiera tessile, ma anche collocabili in termini topografici – come le pa-i-ti-ja e le e-ra-ja, rispettivamente le ‘donne di Festòs’ e le ‘donne di E-ra’: con molta probabilità, queste donne dovevano risiedere proprio nella Messarà, la zona centro-meridionale dell’isola di Creta orbitante attorno a Festòs.

Dal punto di vista prosopografico, emerge una fenomenologia consueta nelle tavolette cnossie riguardanti il personale della filiera tessile: si rintracciano nomi di semplici tessitrici – come wi-da-ma-ta2 –, figure di grado leggermente più alto – come e-ti-wa-ja, che altrove compare nel ruolo di supervisore –, ma anche la ben nota ku-tu-qa-no: nome, questo, che – se non si ammette, con Speciale, come un maschile – parrebbe proprio appartenere ad una donna pastore a Festòs!

Ma passiamo all’indagine antroponimica, anche più avvincente. La serie Ap riporta il gruppo di antroponimi femminili più corposo rintracciabile nell’archivio di Cnosso, con un rapporto di circa 1:6 tra nomi greci e non greci. Tra questi ultimi, quattordici sembrano nomi di origine minoica; tredici, invece, sono verosimilmente nomi secondari, e potrebbero celare donne di etnia non greca chiamate dai Greci stessi attraverso soprannomi, o poiché incapaci di comprenderne e pronunciarne i nomi, o poiché attribuiti agli autoctoni assoggettati da parte dei dominatori greci, che li avrebbero derivati da semplici aggettivi relativi all’occupazione del soggetto, a suoi particolari tratti fisici, o altro.

A colpire, in particolare, è l’altissima percentuale di soprannomi spregiativi, di cui dà ben conto Maria Stella Speciale: quelli femminili sono tutti attribuibili a tessitrici. Qualsiasi sia stata la natura del dominio miceneo su Creta, tali sobriquets di contenuto negativo, spesso ingiurioso, sono un forte indicatore del basso rango sociale di queste donne e del disprezzo che i dominatori greci devono aver loro riservato.

E quindi leggiamo di i-ta-mo, dall’aggettivo ἰταμός, ‘sfacciato, aggressivo’; per tu-ka-na, leggibile come *Στύγνα, e tu-ka-to, forse *Στυγατώ, si è pensato, invece, ad una radice comune con στυγνός, ‘odioso’. Anche si-ne-e-ja sarebbe un antroponimo di significato negativo: potrebbe derivare da σίνος, ‘lesione’, come gli antroponimi storici Σίνις e Σίνων, e avremmo, quindi, la ‘sfregiata’. Ko-pi, poi, potrebbe equivalere a *Κοπίς, e quindi la ‘bugiarda, chiacchierona’, sulla base di una glossa del lessicografo Esichio. E, ancora, wa-ra-ti, di radice derivabile dal tema *wel-, *wle-, riconducibile al greco classico εἶρος, ‘lana’, e accostabile – in questo senso – a δασύς, ‘irsuto’.

Non dulcis in fundo, di significato fortemente negativo sarebbe anche il nome della già citata wi-da-ma-ta2, che andrebbe letto possibilmente come Fιδματίᾱ, ossia la ‘domata con forza’. Un soprannome, questo, la cui probabile origine sarebbe superfluo sottolineare.

 

Noemi Federico

 

Riferimenti bibliografici:

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