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Anche oggi vogliamo dare ascolto alla televisione e al dottor Eisenberg, fervente sostenitore che il disco sia uno dei più grandi fake della storia dell’archeologia. Il dottor Eisenberg non ha dubbi sul committente di questa gigantesca truffa: il direttore della Missione Archeologica italiana a Creta, Luigi Pernier!

Movente? La Missione Italiana è senza finanziamenti, necessita un riconoscimento ufficiale come scuola archeologica e abbisogna, quindi, di qualcosa che riaccenda i riflettori. E quindi, secondo Eisenberg, il direttore architetta tutto. D’altra parte, come si sottolinea ripetutamente anche nel documentario, Pernier si sarebbe fatto notare per la sua ambizione, pur avendo un ruolo da “comprimario”; sarebbe poi corroso dall’invidia verso il suo maestro Halbherr e verso Evans, lo scopritore degli immensi tesori di Cnosso, e “del resto, sua madre appartiene all’aristocrazia romana …” insomma, un po’ il solito italiano, no?

Ora torniamo dal nostro falsario di fiducia che alla ricerca di un oggetto strabiliante e minoico, su commissione di Pernier, ne ha davvero pensata una più del diavolo…. Infatti non solo ha voluto evitare accuratamente di imitare qualsiasi segno del ricco repertorio di sillabogrammi disponibili nei sistemi grafici presenti nell’isola, ma si è pure intestardito, a detta di molti, nell’inventare motivi che non trovassero alcun riscontro in altri oggetti minoici fino ad allora scoperti.

Che strano. L’oscuro compiacimento di un falsario, di solito, sta anche nell’attirare nella rete delle più inconsistenti interpretazioni gli studiosi più in vista. A questo fine, è fondamentale creare un documento che sia in qualche modo penetrabile o che lasci pensare di esserlo…. Invece il disco ha caratteristiche tanto atipiche da impedire a tutti i grandi studiosi, quelli seri, dico, di lasciarsi tentare sulla strada di azzardate ipotesi. Ma si, forse lo ha fatto a posta così che nessuno potesse dire nulla.

Ma arriviamo al giorno della scoperta: 3 luglio 1908. Come fa notare il documentario, Pernier deve “falsificare i registri”, così da mettere a segno il suo piano. Brutta cosa falsificare i registri, sia chiaro, peccato che i “registri” di scavo non esistano in quell’epoca e che gli unici documenti registrati siano gli stessi taccuini di Pernier che, quindi, non avrebbe avuto grandi problemi a falsificare sé, stesso. Sfortuna che sia poco scaltro in questa operazione. Infatti, nei suoi taccuini Pernier dice candidamente che il disco non viene scoperto da lui e che non viene nemmeno trovato durante lo scavo ma durante un giro di ronda condotto sul cantiere da un suo fedele collaboratore. Ah si! Poi ammette anche che il contesto di scavo da cui proviene è poco affidabile, perché probabilmente disturbato in antico.

Certo che se Pernier utilizzò un falsario di genio, non aveva certo un grande Event Planner: perché non organizzare per bene il momento della scoperta, magari con tanti testimoni, facendo sì che le sue mani tremanti venissero immortalate mentre estraeva il disco (come viene fatto vedere più volte, d’altra parte, nel documentario)? Ma tant’è… il nostro Pernier è un tipo strano.

Ma questa spy story ha anche dello strabiliante, cari lettori. Perché se Pernier è un tipo così strano da dichiarare tranquillamente di non essersi accorto del disco e da dimenticarsi di fingere almeno che esso provenga da un contesto archeologico a prova di bomba, ha, comunque, commissionato un oggetto veramente fantascientifico.

Come ricorderete, il disco pare non condividere nulla né con le scritture né con il contesto iconografico della Creta minoica. Ma le cose non stanno proprio così.

In realtà, il disco condivide alcuni particolari molto precisi con altri oggetti provenienti da Creta. Si tratta del segno 12, una sorta di scudo, che si ritrova stampigliato identico in un vaso da Cnosso e come motivo di un sigillo di Marathokephalo. Anche il segno 2 (il punk, per intenderci) si ritrova inciso su un’ascia bipenne trovata ad Arkhalochori. Ah si, persino il segno 21, una sorta di strano doppio pettine, si ritrova identico impresso sia su un pezzetto di argilla sia sul fondo di un vaso proveniente proprio da Festòs.

Fig. 1 Sillabario del disco di festos

 

Fig. 2 Doppio pettine segno 21

Molto bene, potremmo dire… abbiamo movente, mandante, e finalmente abbiamo anche gli elementi stilistici che tradiscono un’imitazione. Il falsario si è finalmente tradito ritraendo nella sua opera particolari che aveva (ovviamente) visto in giro per Creta!

Ma manca un particolare però … il motivo a scudo da Cnosso e da Marathokephalo sono stati scoperti rispettivamente nel 1916 e nel 1953, il punk dell’ascia di Arkhalolchori nel 1935 e il doppio pettine di Festòs rispettivamente nel 1955 e 1965.

DUNQUE, CARI LETTORI, ECCO A VOI UN FALSARIO CHE VINE DAL FUTURO!

Un falsario che viene dal futuro! …Back to the future!

 

Fig. 3 Ritorno al futuro

 

Figure tratte da L. Godart, Il disco di Festos, Einaudi 1994, e G. Baldacci 2017, Low-relief potters’ marks and the Phaistos disc: a note on the ‘comb’ sign (N. 21). ASAtene 95, pp. 65-79.

PER APPROFONDIMENTI:

  1. Anastasiadou 2016, The Phaistos Disc as a Genuine Minoan Artefact and Its Place in the Stylistic Milieu of Crete in the Protopalatial Period, Creta Antica 17, pp. 13-57.
  2. Baldacci 2017. Low-relief potters’ marks and the Phaistos disc: a note on the ‘comb’ sign (N. 21), ASAtene 95, pp. 65-79.
  3. Cucuzza 2015, Intorno alla autenticità del ‘Disco di Festós’, Quaderni di storia 41.81, pp. 93-124.

J.M. Eisenberg 2009, Report on the International Phaistos Disk Conference, Minerva 20.1, pp. 31-33.  

J.M. Eisenberg 2008, The Phaistos Disk: A 100-Year-Old Hoax?, Minerva 19.4, pp. 9-24.  

J.M. Eisenberg 2008, The Phaistos Disk: A 100-Year-Old Hoax?, Addenda, Corrigenda, and Comments. Minerva 19.5, pp. 15-16.  

  1. Godart, Il disco di Festos, Einaudi 1994.
  2. La Rosa 2009, Il disco di Festòs: un centenario autentico!. Creta Antica 10.1, pp. 13-17.
  3. Sanavia 2017, An overview of the Protopalatial Impressed Fine Ware from Phaistos and some comparisons with the Phaistos disc, ASAtene 95, pp. 81-103.
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