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In queste settimane in diverse occasioni vi abbiamo parlato del Christos Effendi e delle ricerche effettuate sia all’inizio del Novecento sia dal Progetto Festòs. 

Dopo avervi raccontato delle indagini di Antonio Minto e della nostra “ascesa al monte ventoso”, oggi vogliamo parlarvi della cosiddetta casetta geometrica, di cui vi abbiamo già accennato in precedenza. 

Sebbene lo scavo del 1909 aveva l’obiettivo di indagare le fortificazioni della polis di Festòs, Antonio Minto ebbe modo di portare alla luce anche alcune tracce pertinenti ad una struttura muraria, che a suo avviso aveva una forma ad H, e che, data la grande quantità di ceramica rinvenuta, attribuì all’età minoica. L’archeologo tuttavia recuperò pure un grande numero di frammenti pertinenti all’età geometrica e orientalizzante (ca. IX-VII sec. a.C.), limitandosi solamente a descriverli e disegnarli nel suo taccuino, senza attribuirli a nessuna fase di frequentazione dell'acropoli. 

Lo scavo del 2013, benché di piccole dimensioni, ha permesso di chiarire molte delle domande scaturite dallo scavo del 1909, di correggere alcune delle ipotesi interpretative del Minto ma, soprattutto, di aggiungere un altro piccolo tassello all’immagine ancora frammentaria di Festòs in età geometrica. 

La nostra equipe, dopo aver individuato il piano di cantiere per la costruzione della cinta muraria di età ellenistica, ha individuato una fase di frequentazione rappresentata da un muro associato ad una soglia, connessa ad un altro blocco in pietra di forma parallelepipeda e in posizione verticale che doveva avere la funzione del cardine della porta d’ingresso alla struttura (fig. 1). 

Fig. 1 – Fortificazione ellenistica sovrapposta al muro con la soglia e il cardine della casa geometrica

È stato possibile datare questo contesto all’età tardo geometrica e orientalizzante grazie al rinvenimento di molta ceramica che, per forma e decorazione, era del tutto simile a quella documentata dal Minto (fig. 2), e dunque di rivedere la cronologia della struttura che egli aveva erroneamente definito minoica. 

Fig. 2 – Disegni dal taccuino di Antonio Minto confrontati con alcuni dei frammenti ceramici recuperati durante lo scavo del 2013.

Immediatamente accanto agli elementi che definiscono l’interno della struttura, il dato più interessante è rappresentato dal rinvenimento di un pithos di grandi dimensioni. Il vaso, il cui alloggiamento è stato individuato subito accanto alla soglia (nell’angolo N-O), è stato trovato completamente schiacciato e rotto in posto (fig. 3). L’edificio, crollando, ha, infatti, sigillato i pochi oggetti rimasti al suo interno. 

Fig. 3 – Frammenti del pithos rotto in posto e il suo alloggiamento nell’angolo accanto alla soglia

 

L’interpretazione di questa struttura con un’abitazione ha subito trovato conferma principalmente per la presenza del pithos. È noto, infatti, che i pithoi sono dei grandi contenitori in ceramica la cui funzione primaria era destinata alla conservazione di derrate alimentari come grano, olive, olio ma anche come riserva d’acqua. Le grandi dimensioni, che variano circa tra i 0,50 e 1.60 m di altezza, fanno sì che spesso questa tipologia di vasi potesse essere interrata fino all’orlo o solo per metà, in modo tale da renderne più agevole l’utilizzo.

Inoltre, la collocazione del nostro pithos subito accanto alla porta d’ingresso trova confronti in contesti abitativi più noti come Priniàs, Profitis Ilias (Gortina) ma soprattutto il cosiddetto Quartiere Geometrico a ovest del Palazzo di Festòs, dove ancora oggi ne sono visibili alcuni.

I pithoi della fase geometrica potevano essere privi di decorazione, come il nostro, ma anche presentare elementi decorativi in rilievo nella parte corrispondente al collo del vaso, ma di questo vi parleremo nel prossimo appuntamento del Photo Focus.

 

Alexia Giglio

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