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Il toro è da sempre, nella memoria collettiva, l’animale simbolo della civiltà dei palazzi minoici a Creta, sia in quanto protagonista del mito del Minotauro, il mostro metà uomo e metà toro nascosto nel cuore del labirinto di Cnosso, sia per la ricchezza di testimonianze materiali e iconografiche incentrate su questo animale. Sono ben noti i recipienti potori a forma di testa di toro (rhyta) che provengono dal palazzo di Cnosso e da Zakros (1600-1450 a.C.) e numerose altre tipologie di supporto, quali sigilli, statuine fittili e tazze in oro finemente lavorate, che raffigurano sia la pratica della caccia al toro che il suo addomesticamento (fig. 1). 

Fig 1 Rhyton, steatite e oro, Tardo Minoico IB (1600 c.a.), Palazzo di Cnosso.

Oltre a questi e ai molti altri ritrovamenti legati al toro, il contesto sicuramente più affascinante è quello della cosiddetta ‘Taurokathapsia’ (Ταυροκαθάψια), nota come ‘il salto del toro’, che veicola il prestigio unico di cui l’animale godeva presso la cultura minoica e micenea. Con il termine ci si riferisce ad una pratica nella quale il toro prendeva parte in quello che gli studiosi hanno riconosciuto essere un vero e proprio rito di passaggio all’età adulta per i giovani.

È possibile ricostruire lo svolgimento pratico della ‘Taurokathapsia’ grazie agli affreschi del palazzo di Cnosso, in particolare quelli attestati nell’East Hall e a raffigurazioni su sigillo, tra cui numerosi provenienti anche da altri siti cretesi e datati perlopiù al Tardo Minoico IB (periodo Neopalaziale, 1500-1450 a.C. ca.) (fig. 2; 3a; 3b).

Fig 2 Affresco del Saltatore del toro, East Hall, Palazzo di Cnosso.

 

Fig 3a Nodulo con sigillo da Hagia Triada (Tardo Minoico IB)

 

Fig 3b Nodulo con sigillo da Zakros (Tardo Minoico IB)

Il salto acrobatico, effettuato da più saltatori scelti, prevedeva diversi steps che, secondo alcuni studiosi, possono essere così ordinati: il saltatore afferra le corna del toro che lo fronteggia o semplicemente si slancia al di sopra della testa dell’animale in direzione delle sue spalle; con la forza che riceve dal movimento delle corna egli è sbalzato in avanti e compie il salto capovolgendosi su sé stesso sopra al dorso del toro; infine, ad acrobazia compiuta, con un ultimo salto scende a terra dall’estremità posteriore dell’animale (fig. 4). 

 

Fig 4 Illustrazione di Taurokathapsia elaborato da T. Fyfe secondo lo schema di Evans, PM III, 222-223, fig. 156.

Ammessa l’elevata componente di rischio dell’esecuzione, che gli studiosi ridimensionano in ragione dell’ostentazione simbolica che è insita al codice figurativo, vanno sottolineati alcuni aspetti che rendono la ‘Taurokathapsia’ un’esibizione unica nel suo valore e nelle sue implicazioni. A differenza delle scene di caccia del toro e di altri animali, la cui raffigurazione è ambientata chiaramente in ambienti esterni per la presenza di elementi naturalistici, il motivo del salto del toro è presente prevalentemente in affreschi che rappresentano il cuore stesso dei palazzi. Nel palazzo di Cnosso, infatti, altre raffigurazioni di tori campeggiano come emblema iconografico in prossimità di tutte le principali aree di accesso dall’esterno. Lo stretto rapporto tra il motivo della ‘Taurokathapsia’ e lo spazio complesso dei palazzi invita ad interpretare più a fondo la simbolicità di questa pratica rituale: l’affresco del Saltatore del toro di Cnosso (fig. 2) offre il modello più esplicito a riguardo. Esso ritrae tre individui disposti vicino ad un toro, dei quali uno solo sta compiendo il salto acrobatico sull’animale; essi si distinguono per il colore della pelle: carnagione bianca per i due in posizione stante e carnagione scura per l’individuo nel ruolo di saltatore. Questa differenza è stata inizialmente motivata come elemento per distinguere il genere femminile (i due astanti bianchi) da quello maschile (il saltatore); interessante e verisimile è invece che si tratti in entrambi i casi di individui maschi differenziati sulla base della diversa abilità tecnica posseduta e perciò distinti in giovani alle prime armi, dalla carnagione bianca e più femminea, e in un giovane di carnagione scura, avvezzo alla temeraria pratica del salto. Il codice figurativo è dunque studiato per sottolineare il carattere esclusivo di questo momento di passaggio per i giovani uomini che, nella sfida acrobatica con il toro, vedono consacrata la loro prodezza e virtù.

È evidente la forza simbolica dell’ ‘incontro ravvicinato’ con il toro, avversario temibile che diviene familiare, evocativo della forza possente di una natura che si tenta di avvicinare e si riesce a domare.

 

Caterina Rinaldi

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