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«Un trovamento importantissimo è stato fatto tra i muri ab, cd nel punto segnato in pianta con croce… Verso le 7 di venerdì sera, 3 luglio, Zaccaria Iliakis ha trovato (fra terra grigia, nera di ceneri e di carbone…) un disco di terrac[otta] (diametro 0,16-0,165, spess[ore] 2 cm circa), di terra assai fina e compatta color marrone, disco intatto con una faccia coperta di segni pittografici minoici, impressi con stampini e disposti in cerchi concentrici (3 cerchi intorno ad una targhetta centrale) distinti fra loro per mezzo di circoli graffiti; anche i diversi gruppi di segni sono tra loro distinti con linee graffite (24)». Così scrive Luigi Pernier, direttore dello scavo italiano a Festòs, sabato 4 luglio 1908, davanti a una delle scoperte più affascinanti dell’archeologia egea: il Disco di Festòs.

Ortofoto del palazzo di Festòs

Ingrandimento dell’area del ritrovamento del Disco

Sebbene non ci piaccia parlare del “mistero” del Disco di Festòs, perché è un termine ed un concetto fin troppo abusato nella letteratura dei nostri giorni, bisogna ammettere che questo incredibile manufatto ha tutti i requisiti per essere considerato tale. A oltre cento anni dalla scoperta, infatti, esso rappresenta ancora un unicum. Unico per il tipo di scrittura, unico nella forma, unico come oggetto e assolutamente indecifrabile. 

Venne trovato in un piccolo ambiente all’interno dell’edificio 101 (XL) nell’area a nordest del grande palazzo minoico, probabilmente cadutovi dal piano superiore, in un contesto stratigrafico già compromesso da alcune trincee esplorative eseguite dallo stesso Pernier nel 1900. 

Insieme al disco vennero rinvenuti parte di una tavoletta in Lineare A e alcuni reperti ceramici di epoca minoica frammisti a ceramica di epoche molto più tarde. Anche la datazione di questo manufatto è pertanto difficile, sebbene recenti ricerche hanno permesso di datarlo indicativamente al XVIII secolo a.C.

 

Ovviamente, uno dei misteri più impenetrabili rimane il contenuto dell’iscrizione. L’assoluta unicità di questa scrittura elude ancor oggi, infatti, qualsiasi tentativo di decifrazione: è certo solo che si è di fronte a un’altra forma di scrittura e, forse, a un’altra delle «Miste lingue» di Creta di cui ci tramanda memoria Omero. Il numero ridotto di segni ricorrenti (45 in tutto) permette, tuttavia, di definire che non si tratta di un sistema alfabetico o ideografico (come l’egiziano, per esempio), bensì di una scrittura di tipo sillabografico, come è il caso di altre forme scrittorie attestate a Creta nell’Età del Bronzo: il Geroglifico cretese, la Lineare A e la Lineare B. Certo, tra le varie, un’altra particolarità del disco è anche la modalità della sua composizione: i segni non furono scritti o incisi, bensì impressi sull’argilla fresca attraverso piccoli stampi – forse in metallo o avorio –utilizzati più volte al fine di comporre parole e frasi. 

Il Disco e il suo disegno

 

Se, fino a qualche tempo fa, l’atipicità del disco di Festòs e dei simboli su di esso incisi indussero alcuni studiosi a pensare che fosse un oggetto di importazione, più recenti studi hanno dimostrato che i suoi 45 segni rispondono a criteri e tematiche iconografiche ricorrenti anche in altri oggetti. Particolarmente stringente si è dimostrato, per esempio, il confronto tra i sillabogrammi del disco e i motivi iconografici che gli artisti minoici usavano imprimere per mezzo di stampini sulle pareti dei vasi. 

Sillabario del Disco di Festòs

 

 

Per un tour virtuale a distanza davvero ravvicinata:

 

 

IL NOSTRO CORRISPONDENTE DAL PASSATO LA PROSSIMA VOLTA CI PARLERÀ DI: 

 

Mason’s Marks

 

Le strutture murarie del centro palatino di Festòs, infatti, presentano complessivamente più di 300 segni incisi a scalpello di cui ancora non si conosce la reale natura e significato.

Se volete saperne di più, non mancate l’appuntamento di martedì prossimo con la rubrica In diretta dal passato!

 

Alessandro Greco

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