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In ogni epoca, un tessuto non è solo un intreccio di fibre, ma, prima di tutto, l’intreccio di complesse interazioni tra risorse, tecnologia e società. Esisteva la necessità di un’ampia varietà di tessuti con diversi scopi che potevano avere non solo una funzione pratica ma anche simbolica. La produzione tessile rappresenta un settore importantissimo all’interno dell’economia micenea, ne è un indizio il numero amplissimo di documenti in Lineare B provenienti da Cnosso, Pilo, Micene e Tebe.

A Cnosso ci sono ampie registrazioni per ogni fase della produzione, che coinvolgono tutti gli aspetti dell’industria, dall’allevamento di animali (serie D) passando per la tosatura (Dk/Dl), le allocazioni di lana (Od), gli obiettivi di produzione di tessuti (Lc), consegne di tessuti (Le) e conservazione dei tessuti (Ld [1]). La macchina palatina di Cnosso è in grado di muovere numerosi precisi ingranaggi, tra questi le donne ricoprono un ruolo fondamentale nelle fasi di produzione. Questo si verifica anche a Pilo, dove complessivamente osserviamo 27 gruppi di lavoro: più della metà della popolazione femminile lavoratrice è coinvolta nel settore tessile. In totale, le tavolette in Lineare B di Cnosso e Pilo attestano circa 3000 donne organizzate in gruppi altamente specializzati di cui è possibile riconoscere i titoli occupazionali. Ad esempio, la cardatura della lana, prima fase in cui le donne entrano a far parte della complessa macchina della produzione tessile, è assegnata a coloro che portano il titolo pe-ki-ti-ra2, con una derivazione dal verbo πέκω ‘pettinare’, che presenta la stessa radice del latino pecten. Le a-ra-ka-te-ja sono invece “le donne che filano”, da ἠλακάτη, ‘fuso’. Le i-te-ja sono coloro che tessono sul telaio verticale, ἵστος, in cui è visibile la radice del verbo ἵστημι. A Pilo, in particolare, la lavorazione del lino assume un ruolo importante, il gruppo di lavoratrici più numeroso è infatti costituito dalle ri-ne-ja. Ci sono poi le o-nu-ke-ia, “fabbricanti di o-nu-ka”, un tipo di decorazione forse ‘a unghiette’, che ha dato vita ai composti re-u-ko-nu-ka (“con o-nu bianco”) e po-ki-ro-nu-ka (“con o-nu variopinto”).

Chiusi, Museo Archeologico Nazionale: 62 705 (già Collezione Civica: C 1831). Da Chiusi, area sacra S. Lazzaro- La Badiola. Pittore di Penelope, vaso eponimo (restituzione grafica da K. Reichhold da Iozzo 2012).

Numerosi aggettivi e sigle possono accompagnare i tessuti, registrati e identificati dal logogramma TELA specificandone il tipo: TELA + PA, in Omero φάρος, è uno dei tessuti di lana micenea più attestati a Cnosso, Pilo e Micene; TELA+ TE abbrevia te-pe-ja che richiede ben 21 kg di lana per essere prodotto, forse pesanti tappeti o arazzi; un tessuto può anche essere ko-ro-to, da χρώζω, “tingere”; wa-na-ka-te-ra, invece, potrebbe indicare un tessuto di “foggia reale” o “per il re”.

La ricchezza lessicale è il sintomo più significativo dell’importanza di questo mondo, un mondo che con il crollo dei palazzi sparisce senza lasciare traccia, o quasi. Non resta allora che chiedersi, le donne che compaiono nei poemi omerici cos’hanno in comune e in cosa si differenziano rispetto alle donne micenee delle tavolette in Lineare B?

Senza nome e di basso rango sono la maggior parte delle donne che appaiono nei poemi omerici come nei documenti in Lineare B. Inoltre, molti dei compiti svolti dalle donne nei testi micenei sono attestati anche in epica, talvolta con una continuazione lessicale: sono le mansioni legate al cibo e alla preparazione del bagno, alla manutenzione generale del palazzo e soprattutto alla lavorazione tessile: ἀμφίπολος “servi domestici” (Il. III, 111, Il. VI, 263; Od. I, 125), δμῳή (Od. XIX 60, 22.482–84), ταμίη, “governante” (Il. 24.299; Od. 1.125), τροφός, “nutrice” (Od. II, 361), ἀλετρίς, “mugnaia” (Od. XX 105), μελέτριαι “donne che macinano frumento” (Od. XX 105) e λοετροχόος, “colei che accudisce il bagno” (Od. XX 297). Ma già si osserva la prima differenza in merito ai nomi occupazionali micenei: il grado di specializzazione è notevolmente ridotto nei testi omerici. Di fronte ai ventiquattro titoli professionali assegnati alle donne dei gruppi di lavoro di Pilo, i poemi epici offrono solo sei occupazioni. Scomparse sono anche le ra-pi-ti-ra2 (“sarte”), al tempo di Omero non si cuce più, le vesti sono tenute insieme con delle spille.

Telaio verticale (disegno di Annika Jeppsson da Nosch et alii 2013).

Se si può ipotizzare lo statuto servile delle donne di Pilo e più verosimilmente si può escluderlo per le donne di Cnosso, le ancelle dell’epica sono, invece, certamente schiave. Questo è esplicito nel caso della nutrice Euriclea, acquistata da Laerte per venti buoi (Od. I 429-35). Lo si può dedurre per le altre donne a Itaca: Odisseo compie il massacro dei Proci, accompagnato dall’uccisione delle dodici serve traditrici (Od. XXIII), ma mentre le famiglie dei Pretendenti insorgono per vendicare i loro parenti (Od. XXIV, 414-554), nessuno si solleva per le donne.

Ma a tessere, in Omero, non sono solo donne di condizione servile: anche regine e dee. Il tratto che però le accumuna è il fatto che esse sono tutte collocate in ambiente domestico: lo spazio palatino è stato sostituito dall’ οἶκος. Circe sta cantando al telaio quando Odisseo con i suoi compagni arriva sull’isola, così Calipso sta tessendo dentro casa (che nel suo caso si traduce in una grotta) quando Hermes le dice che deve lasciare andare l’eroe. Mentre Menelao e Paride stanno per scontrarsi in duello, Iris trova Elena intenta a tessere dentro le sue stanze una tela grande, di doppio spessore, di porpora, e ricamava le molte prove che Teucri domatori di cavalli ed Achei chitoni di bronzo subivano a causa sua, sotto la forza di Ares”. Un’altra donna, come Elena, tesse una veste di porpora di doppio spessore, in casa, indossando il suo velo: è Andromaca. Ma la tela più famosa è forse quella di Penelope. Penelope nell’atto di fare, anzi di disfare la tela, dimostra di essere la degna sposa di Odisseo: inganna i corteggiatori trasformando la trama del sudario di Laerte in una trama di inganni.

Donne che tessono su un telaio a peso di ordito, raffigurato su un vaso greco (circa 560 a.C.) (da MetMuseum website).

Ma la più grande delle differenze tra il quadro che emerge dai documenti in Lineare B e il quadro dipinto da Omero è in termini di scala. Mentre più di 750 donne appartengono alla forza lavoro della Pilo micenea, un totale di solo cinquanta ancelle sono registrate sia per il palazzo di Alcinoo (VII, 103-107) sia di Odisseo (Od. XXII 421-22). Vidal-Naquet sottolinea il valore di questa corrispondenza che fa di Scheria il paradigma su cui costruire Itaca: il numero vuole suggerire ricchezza; eppure, impallidisce nei confronti delle cifre che realmente presentavano i palazzi micenei che Omero vorrebbe rievocare.

 

Chiara Mancini

 

* Od. V, 61-62.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Barber E.W. 1994, Women’s work: the first 20,000 years: Women, Cloth and Society in Early Times.
  • Iozzo M. 2012, «Chiusi, Telemaco e il Pittore di Penelope», in S. Schmidt – Stähli A. (Hrsg.), Vasenbilder im Kulturtransfer. Zurkulation und Rezeption griechischer Keramik im Mittelmeerraum (Beihefte zum CVA Deutschland V), München, pp. 69-83.
  • Nosch M.-L.B. 2014, «Mycenaean wool economy in the latter part of the 2nd millennium BC Aegean», in C. Breniquet – Michel (eds.), Wool economy in the ancient near east and the Aegean. From the beginning of sheep husbandry to institutional textile Industry (Ancient Textiles Series, 17), Oxford-Philadelphia, pp. 371-400.
  • Nosch -L.B. 2017, «Textile crops and textile labour in Mycenaean Greece», in M. Oller – J. Pàmias – C. Varias (eds.). Land, Territory and Population in the Ancient Greece: institutional and mythical aspects. International Conference / Terra, territorio y población en la Grècia antigua: aspectos institucionales y mìticos. Coloquio Internacional (Bellaterra, 23-25 octubre 2013), Barcelona, pp. 3-38.
  • Nosch M.-L.B. – Mannering U. – Andersson Strand E. – Frei K.M. 2013, «Travel, Transimissions and Transformations – and Textiles», in S. Bergebrant – S. Sabatini (eds), Counterpoint: Essays in Archaeology and Heritage Studies in Honour of Professor Kristian Kristiansen (BAR Int-Series 2508), Oxford, pp. 469-476.
  • Olsen B. 2015, «The world of Penelope: women in the Mycenean and Homeric», Arethusa 48/2, pp. 107-138.
  • Olsen B. 2017, Women in Mycenaean Greece: the Linear B tablets from Pylos and Knossos, London-New York.
  • Vidal-Naquet P. 1995, «Land and Sacrifice in the Odyssey: A Study of Religious and Mythical Meanings», in S. Schein (ed.), Reading the Odyssey: Selected Interpretive Essays. Princeton, Princeton, N.J., pp. 33–54.
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